Il liberalismo è la nostra risposta

Intervento di Helen Pluckrose al 19° Congresso dell’Associazione Radicale Certi Diritti

Il liberalismo ha sempre sostenuto che i diritti LGBTI contano. Contano perché le persone gay, lesbiche, bisessuali e trans sono individui con gli stessi diritti, le stesse libertà, la stessa dignità e le stesse opportunità di chiunque altro. Contano perché la possibilità di vivere apertamente, amare liberamente, parlare con onestà e partecipare pienamente alla vita sociale non dovrebbe dipendere dalla conformità all’eterosessualità o ai ruoli di genere convenzionali.

I diritti LGBTI sono di nuovo sotto attacco. Lo sono sempre stati, da parte delle forze del conservatorismo sociale, oggi in netta ripresa. Ma sono minacciati anche da nuovi movimenti ideologici che pretendono di parlare in nome delle persone LGBTI, pur erodendo i principi liberali che hanno reso possibile il progresso in questo campo.

La mia tesi è che il liberalismo sia storicamente il quadro più efficace per garantire i diritti delle minoranze — comprese quelle sessuali — e che rimanga la nostra migliore prospettiva anche oggi. Per liberalismo intendo la tradizione filosofica che fonda le democrazie liberali: quella che valorizza la libertà individuale, i diritti umani universali, la libertà di pensiero e di espressione, l’uguaglianza davanti alla legge e il diritto di ciascuno a vivere come meglio crede, senza essere costretto ad aderire ad alcuna posizione morale o ideologica.

Le società che si definiscono liberali hanno spesso tradito questi principi. Ma il liberalismo contiene in sé gli strumenti per autocorreggersi. Ha permesso a donne, minoranze razziali, religiose e sessuali di dire a una cultura che si vantava di quei principi: “Affermate di credere nella libertà individuale, nella dignità della persona e nei diritti umani universali, eppure non li avete estesi a noi.”

Questo appello al senso di giustizia, all’empatia e all’equità funziona.

Il movimento per i diritti civili, il femminismo liberale e il movimento per i diritti gay hanno lottato per gruppi a cui erano negati i diritti, facendo appello a principi universali. Hanno sostenuto che i neri, le donne, i gay e le lesbiche erano esseri umani a tutti gli effetti, che non potevano essere privati di diritti, opportunità o dignità in ragione della razza, del sesso o della sessualità.

L’attivismo per i diritti gay, nella sua espressione migliore, non diceva: “Siamo una casta morale separata con la propria verità.” Diceva: “Siamo persone. Il nostro amore è amore. Le nostre relazioni hanno valore. La nostra vita privata non riguarda lo Stato. Non dobbiamo essere trattati come criminali, peccatori, degenerati o casi psichiatrici. Dobbiamo poter vivere e amare, e quel nostro amare deve essere riconosciuto come legittimo.”

Era un argomento liberale. Ed era anche un argomento vincente.

Purtroppo, proprio mentre il progresso reale stava finalmente avanzando, è emersa una nuova corrente di pensiero che ha dichiarato quel progresso un mito e il liberalismo una falsa metanarrativa da smantellare in favore della politica delle identità e delle teorie critiche e decostruttive sull’identità. Da lì è nata la queer theory.

La queer theory: luci e ombre

Ho criticato apertamente la queer theory, ma questo non significa che sia interamente sbagliata.

Il modo in cui le società hanno interpretato e discusso l’omosessualità è cambiato radicalmente nel tempo. Per gran parte della storia cristiana, l’omosessualità era vista come un peccato grave. Nel XIX secolo emerse l’idea dell’“omosessuale” come categoria, dapprima nella letteratura medica: una medicalizzazione invalidante e stigmatizzante. Nel corso del Novecento qualcosa cambiò ancora. L’attitudine liberale dominante divenne, più o meno: alcune persone sono gay, fattene una ragione.

La queer theory ha ragione nel notare che i significati sociali attribuiti alla sessualità sono mutati. Ha ragione nel rilevare che le categorie non sono neutre: portano con sé stigma, rapporti di potere e aspettative. Ha ragione nel mettere in discussione le norme rigide che puniscono chi non si conforma.

Ma la queer theory sbaglia gravemente quando tratta categorie come maschio, femmina, eterosessuale e omosessuale come se fossero mere costruzioni discorsive prodotte dal potere. Gli esseri umani sono una specie a riproduzione sessuale. Il sesso biologico è reale. L’attrazione verso lo stesso sesso è reale. I ruoli e gli stereotipi di genere sono in parte culturali, ma non tutto ciò che riguarda la mascolinità e la femminilità è un’invenzione del discorso.

Questo ha conseguenze concrete per i diritti LGBTI. Se l’omosessualità è trattata come una mera costruzione sociale, una categoria di stile di vita o, peggio, un’identità politica, diventa più difficile difendere le persone attratte dal loro stesso sesso dall’accusa che la loro sessualità sia solo una scelta, una moda, una corruzione, o qualcosa da “guarire” con la preghiera. Naturalmente, anche se l’omosessualità o la non conformità di genere fossero una scelta, si tratterebbe comunque di una scelta del tutto lecita. Ma la testimonianza schiacciante di gay, lesbiche e persone non conformi al genere ci dice che non lo è.

Mentre l’attivismo liberale cercava di cambiare i pregiudizi facendo appello all’umanità condivisa, la queer theory tratta l’universalità, la normalità e le categorie stabili come elementi sospetti. Non mira soltanto ad ampliare la libertà all’interno della società, ma a destabilizzare i concetti stessi di sesso, genere e sessualità come forma di attivismo politico.

Questo può risultare esaltante in un seminario accademico. Come persuasione pubblica è molto meno utile. La maggior parte delle persone eterosessuali non apprezza che si dica loro che il proprio sesso o la propria sessualità sono costrutti sociali oppressivi. E non è nemmeno utile alle persone LGBTI, che vogliono essere accettate come una variante meno comune della normalità, piuttosto che essere continuamente “salvate” dalla normalità da attivisti che considerano lo stesso concetto come oppressivo.

Liberalismo e politica delle identità: una distinzione fondamentale

Liberalismo e politica delle identità vengono spesso confusi, poiché entrambi possono concentrarsi su gruppi che hanno subito ingiustizie. Ma non sono la stessa cosa.

Il liberalismo afferma: nessuna identità deve impedire a un individuo di accedere alla piena gamma di diritti, libertà e opportunità disponibili nella società. La politica delle identità afferma: la vita politica va organizzata attorno all’identità di gruppo, con i gruppi marginalizzati intesi come portatori di forme distinte di conoscenza e autorità morale, e i gruppi privilegiati come vettori di dominazione.

La differenza è profonda.

Il liberalismo universale cerca di ridurre il peso sociale della razza, del sesso e della sessualità: non fingendo che non abbiano significato per le persone, ma insistendo sul fatto che non debbano determinare i tuoi diritti, il tuo valore morale, la tua carriera, le tue relazioni o i giudizi che gli altri formulano su di te.

La politica delle identità cerca invece di intensificare il peso sociale dell’identità. Invita le persone a comprendersi anzitutto come membri di gruppi identitari in conflitto tra loro.

È un modo disastroso di spingere una specie di primati tribali e territoriali a pensare. Non abbiamo certo bisogno di incoraggiamento per dividere il mondo tra “noi” e “loro”. Il liberalismo è una conquista proprio perché ci chiede di andare oltre alcuni dei nostri istinti tribali più bassi e di allargare la nostra cerchia di empatia: di giudicare le persone come individui con cui condividiamo un’umanità comune, di applicare i principi in modo coerente, di fare empatia attraverso le differenze.

La politica delle identità lavora contro tutto questo. Riduce l’empatia tra i gruppi, rende il dialogo più difficile e crea regole morali diverse per identità diverse. Diventa accettabile essere ostili verso alcune persone perché vengono percepite come membri di un gruppo dominante. Ma questa non è giustizia sociale. È colpa collettiva. Ed è anche un invito alla reazione.

Se miniamo il principio secondo cui le persone non devono essere giudicate per razza, sesso o sessualità, non dovremmo stupirci se altri smettono di applicare quel principio a loro volta. Il tabù contro il razzismo, il sessismo e l’omofobia è storicamente recente e fragile. Va difeso in modo coerente.

Questo non significa fingere che razzismo, sessismo e omofobia non esistano più. Non significa ignorare i bisogni delle minoranze. Significa affrontare le ingiustizie attraverso principi universali: equità, libertà, trattamento uguale, protezione dalla discriminazione e dignità dell’individuo.

Tre ideologie illiberali che minacciano i diritti LGBTI

Tutto questo è urgente adesso, perché stiamo affrontando alcune ideologie illiberali nella sfera della sessualità e del genere che rischiano di vanificare i progressi ottenuti.

La prima è il vecchio nemico: il conservatorismo sociale, oggi in ripresa anche come reazione al backlash contro gli attivisti “queer” più autoritari. Questa corrente sostiene che mascolinità e femminilità sono naturali e buone, che devono allinearsi al sesso biologico e operare entro relazioni esclusivamente eterosessuali. Il suo nucleo di verità sta nel fatto che le differenze sessuali esistono: uomini e donne non sono popolazioni identiche nei loro interessi, temperamenti o tendenze comportamentali, e la maggior parte delle persone è eterosessuale.

Ma il conservatorismo sociale va oltre, trasformando le differenze medie in ruoli rigidi e considerando la devianza da essi come una trasgressione. Diventa illiberale quando tratta le devianze dalla mascolinità e femminilità tradizionali — incluse l’omosessualità e la non conformità di genere — come moralmente errate o addirittura pericolose per la società.

Rimane una minaccia maggiore per le persone LGBTI.

La seconda ideologia è quella gender-critical. Nella sua versione migliore, insiste giustamente sul fatto che il sesso biologico è reale e talvolta rilevante per ragioni di sicurezza e giustizia.

Ma anche questa posizione ha i suoi pericoli. Nelle forme di femminismo radicale, tratta gli uomini come una classe politica antagonista alle donne e presenta una visione cupa della mascolinità e della sessualità maschile — con manifestazioni che possono sfociare nell’omofobia e nella rappresentazione delle donne trans come predatori sessuali. Nelle versioni populiste di destra, l’etichetta gender-critical è stata adottata da chi non critica affatto i ruoli di genere, ma vuole piuttosto ripristinarli.

Questo è importante perché un movimento nato in parte come difesa dei diritti delle donne e della libertà di espressione può essere trascinato verso una politica reazionaria ostile all’omosessualità, alla non conformità di genere e al liberalismo.

La terza ideologia è quella queer o genderqueer. Il suo nucleo di verità sta nell’osservazione che molte persone non si adattano perfettamente alla mascolinità o femminilità convenzionale, e che non dovrebbero essere costrette a farlo. Una società liberale deve fare spazio all’uomo femminile, alla donna maschile, alla persona androgina, all’adulto trans, all’esuberante e al riservato, al sessualmente non convenzionale, al celibe, al monogamo, allo sperimentale e all’ordinario.

Ma l’attivismo contemporaneo sull’identità di genere si è spesso cristallizzato in qualcosa di autoritario. Pretende che tutti affermino che l’identità di genere sia più autorevole del sesso biologico. Ridefinisce l’attrazione verso lo stesso sesso come attrazione verso un’identità di genere. Tratta il dissenso come violenza letterale. Ha alimentato no-platform, censura, coercizione istituzionale e abusi verso chi non si conforma.

Tutto questo non è liberale. E non è nemmeno un bene per le persone LGBTI.

Gay e lesbiche non devono essere spinti a ridescrivere il proprio orientamento sessuale come attrazione verso un’identità di genere. Le donne non devono sentirsi dire che le preoccupazioni per la sicurezza, la privacy o l’equità sono bigottismo. I bambini e gli adolescenti non devono essere indirizzati frettolosamente verso percorsi medici irreversibili senza un’adeguata esplorazione della propria sessualità. Nessuno dovrebbe essere costretto a dichiarare ciò in cui non crede.

Abbiamo di nuovo bisogno del liberalismo

E allora, dove ci lascia tutto questo?

Ci lascia con la necessità del liberalismo.

Il liberalismo non ci chiede di essere tutti d’accordo sul genere. Una persona socialmente conservatrice può vivere secondo i ruoli di genere tradizionali. Una femminista gender-critical può rifiutarli. Una persona genderqueer può giocarci. Un adulto transessuale può cercare la transizione medica.

Una società liberale può contenere tutte queste persone.

Ciò che non può contenere, almeno non pacificamente, è la pretesa che la metafisica di una fazione venga imposta a tutti gli altri.

I diritti LGBTI non si difendono abbandonando il liberalismo. Si sono conquistati facendo appello ad esso. Si sono conquistati dicendo che le persone non devono essere criminalizzate, patologizzate, escluse o umiliate per ciò che sono o per chi amano. Si sono conquistati insistendo sul fatto che l’individuo conta più della categoria, che la vita privata appartiene alla persona, e che una società decente protegge la libertà di coscienza, di parola e di associazione.

Quella rimane la strada da percorrere.

Dobbiamo resistere al vecchio conservatorismo che vorrebbe ricacciare i gay nell’ombra e costringere le persone non conformi al genere in ruoli rigidi che le rendono infelici. Dobbiamo resistere al blank-slatism femminista che nega le differenze psicologiche tra i sessi e demonizza gli uomini e le donne trans. Dobbiamo resistere al nuovo autoritarismo queer che vorrebbe costringere tutti ad affermare credenze contestate. Dobbiamo resistere alla politica delle identità quando divide le persone in tribù morali ostili.

E dobbiamo difendere un liberalismo abbastanza forte da proteggere le minoranze, abbastanza umile da permettere il dissenso, abbastanza coerente da applicare le proprie libertà a tutti.

Perché i diritti LGBTI non richiedono una società in cui tutti la pensino allo stesso modo su sesso, genere e sessualità. Richiedono una società in cui le persone siano libere di vivere in modo diverso.

Questo è ciò che il liberalismo offre.

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