Stuprato e aggredito, l’attivista LGBTI Kemal Ördek racconta: “Non sto bene”

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24985Grazie alla traduzione di Elisabeth-Astrid Beretta, diffondiamo il racconto di Kemal Ördek che era venut* al nostro Congresso di Napoli del 2013 per parlarci di lavoro sessuale. Riteniamo fondamentale far conoscere questa vicenda per meglio comprendere ciò che sta avvenendo in Turchia. Noi tutti dell’Associazione Radicale Certi Diritti mandiamo un affettuoso abbraccio a Kemal.

Uno dei fondatori del Red Umbrella Sexual Health and Human Rights association (Kırmızı Şemsiye), Kemal Ördek,è stato stuprato a casa domenica scorsa. Kemal Ördek ha condiviso il testo seguente con noi in Turco e spiegato la violenza, la discriminazione e la paura.

 

Fonte: Kemal Ördek, Red Umbrella Sexual Health and Human Rights Association’s Facebook Page, 2015.

 

È così difficile scrivere questo allorché il mio corpo e la mia anima soffrono.

Vorrei solo urlare. Vorrei essere sentito e vorrei allo stesso tempo nascondermi in un angolino, staccato dal mondo.

Quante volte una persona piange dopo che tutto questo è successo? Quante volte una persona trema e rabbrividisce quando si rammenta l’accaduto?

Per anni mi sono impegnato nella lotta per i diritti civili, per evidenziare le violazioni dei diritti LGBTI e dei sex workers. Quindi non è che non sappia di cosa parlo, conosco il significato di “discriminazione” e “violenza”.

Fino ad oggi, sono stato picchiato due volte e mandato in ospedale. Mi hanno stuprato due volte. So cosa sia lo stupro; il modo prepotente nel quale la mascolinità sottomette ed il dolore di essere disperato e solo.

Due uomini sono venuti a casa mia, tre uomini mi hanno rubato il cellulare, un altro mi aspettava fuori da casa mia. Uno mi stupra. Tre mi derubano del mio telefono e del mio denaro. Tre uomini che mi minacciano di morte. Uno mi strangola. Uno geme “Ti stupro, prendo i tuoi soldi, poi torno e ti stupro di nuovo!”. Tre uomini che sono alla mia porta e che dicono “rifletti a quel che accadrà se ti rifiuti di darci i soldi”. Tre uomini che proliferano minacce di stupro, di morte.

Nel bel mezzo di questa mascolinità ipocrita, un sex worker, una persona LGBTI e un difensore dei diritti civili.

Quel che vi sto per raccontare non è un semplice furto. Nemmeno un mero caso di violenza sessuale. Ma una serie di eventi che si potrebbe concludere con un omicidio. È la storia dell’apatia , del diniego e dell’ignoranza che subentrano dopo. La storia della paralisi che circonda un sex worker e una persona LGBTI quando è isolata e sola.

“Ti scoperemo, prenderemo il tuo denaro, e di nuovo di scoperemo…”

Due persone che mi rubano il cellulare. Una mi stupra. A quel momento parlano con un terzo individuo, che scopro essere loro parente, al telefono. Gli danno l’indirizzo di casa mia. Provo a resistere e di non aprire la porta quando quest’ultimo arriva da me. In qualche modo riesco a convincere i due che mi hanno insultato e che erano dentro casa mia. Questa volta mi chiedono soldi oltre al mio telefono.

Mi minacciano di uccidermi. Quando capiscono che non ho contanti addosso, mi scortano allo sportello Bancomat più vicino per ritirarne. Il terzo gli raggiunge. Mi minacciano sulla via e dicono di volere tutto il mio denaro. Uno mi prende per il braccio e dice che mi avrebbe “scopato”. Dicono che sarebbero tornati a casa mia dopo aver ritirato i soldi e che mi avrebbero “scopato”. Dicono che se avessi resistito “avrei fatto una brutta fine”.

Avvisto una pattuglia di polizia all’angolo della strada di fronte. Gli uomini che mi stanno portando allo sportello Bancomat a furia di minacce si preoccupano quando vedono i poliziotti. Dicono che avremmo preso un’altra strada e trovato un altro sportello. Gli sussurro che non avrei protestato e che gli avrei dato i soldi. Non so come, ma colui che comandava l’operazione mi ha creduto. Per arrivare allo sportello, dovevamo avvicinarci all’angolo dove la macchina della pattuglia era parcheggiata. Mentre passava la polizia, ho gridato ed sono corso verso i poliziotti. Gli ho detto che mi stavano sequestrando, che intendevano derubarmi e che mi avevano rubato il cellulare.

“Ufficiale, siamo uomini virili. Ci capisce, vero? Non faccia caso a quella checca…”

Mentre provavo a spiegarmi con le forze dell’ordine, questi ultimi mi zittiscono. Dicono “Stai zitto. Non parlare se non ti viene chiesto!”. Nel frattempo, un poliziotto ascolta pacatamente i miei aggressori che raccontavano: “Ufficiale, siamo uomini virili. Ci capisce, vero? Non faccia caso ai propositi di quella checca…”, “Ci ha invitati lui a casa sua, sa come sono quelli là.”

Uno dei due poliziotti li perquisisce a casaccio e per qualche motivo non trova il cellulare di mia proprietà addosso ai miei aggressori. Dico alla polizia di perquisirli cautamente e che sono veramente in possesso del mio telefono. Mi viene risposto che era appena stato fatto e che il cellulare non era stato trovato. Mi chiedono più volte se fossi sicuro che mi avessero rubato il cellulare. Trovano però un coltellino tascabile su uno di loro e cominciano ad interrogarli, un aggressore ha replicato “non è nulla d’importante” e la cosa si è conclusa così. Uno degli assalitori ripete “Ufficiale, quell’uomo mente, non lo creda”. I poliziotti ci spingono in macchina. Due ufficiali davanti, tre aggressori dietro ed io dietro le sbarre, sul retro. Hanno giudicato buono piazzarmi dove si mettono i colpevoli. Quando ho dichiarato “ho la nausea, ufficiale, sto per vomitare, perché sto qui? Non sto bene”, la pattuglia si è lamentata “cosa? Credi che ci farai perdere tempo? Entra, guarda in che casino ci hai messo.”

“Non ti azzardare ad esporre denuncia, ti ammazzeremmo…”

C’è una sottile sbarra di ferro fra me e gli aggressori, seduti sui sedili posteriori e che conversano amichevolmente coi poliziotti. “Di dov’è, ufficiale?”. “Possiamo star tranquilli, fratello ufficiale? Siamo padri di famiglia e tutto quanto”, “Non ci causi problemi per colpa di quel frocio, lei ed io ci capiamo, giusto fratello?”.

Mentre questa conversazione continua, uno degli aggressori si gira verso di me e mi minaccia: “Ti uccido scopandoti a sangue, non ti azzardare ad esporre denuncia, ti taglierei la testa, ti ammazzeremmo”. Quando ho urlato “Mi stanno minacciando, non li sente, ufficiale?”, un poliziotto ha risposto “Stai zitto, non rompere le scatole” e un altro ha detto ai tre criminali “Non vi spaventate, se fa una denuncia, fatela anche voi per diffamazione”.

“Sono alla testa di un’associazione, quel che fate è criminale, dovete impedir loro di farmi del male”

Arrivati al commissariato di Esat, dico ad uno dei poliziotti che era testimone delle minacce proferitemi più volte in macchina e che dovevano intervenire se la cosa si fosse ripetuta.

Ho detto che non era la prima volta che mi succedeva un’esperienza simile, e che, in qualità di capo di un’ONG, conoscevo le pratiche da avviare contro questo tipo di reato – e che la loro permissività nei confronti dei miei aggressori costituiva un ulteriore reato. Allora i due poliziotti che mi avevano maltrattato dieci minuti prima hanno cominciato a raccontare che avevano molti amici fra persone LGBTI e lavoratori del sesso: “Conosco moltissimi travestiti, poi conosco te, non discrimino in funzione del genere, non ti preoccupare.” Ero sorpreso.

“Ti stupreremo, ma chi ti credi di essere, frocio?!”

Le minacce continuano anche in commissariato. Minacce, insulti, tutto dinnanzi alla polizia. “Lascia perdere la denuncia. Sai cosa succederà se non lo fai. Sappiamo dove vivi, adesso. Comunque ci lasceranno liberi e ti toccherà affrontare le conseguenze.”

Dichiaro ripetutamente alla polizia che sono in dovere di proteggermi, che non mi sento al sicuro, che non capisco come mi possano far sedere assieme ai miei assalitori e che sarebbero stati responsabili se mi fosse successo qualcosa. Non cambiava nulla. Ci hanno soltanto separati di un metro. Aspetto varie ore per avviare le pratiche, per tutto il tempo vengo minacciato.

“Chiuderebbe un occhio se ritrovassimo il suo telefono?”

Mentre continuavano a minacciarmi, uno degli aggressori mi si avvicina chiedendomi se avrei chiuso un occhio sulla faccenda se mi avessero restituito il telefono. Quasi tutti questi dialoghi sono successi in presenza della polizia. L’assalitore in questione confessa che è in possesso del cellulare e che me l’avrebbe reso se avessi rinunciato ad esporre una denuncia e lo avessi rivisto fuori dal commissariato. Mi rivolgo ai poliziotti che stavano ascoltando, chiedendo loro di registrare le conversazioni alle quali stavano assistendo, dato che ormai si capiva che possedevano il mio cellulare. Non è servito a niente.

Mentre continua la conversazione, uno dei poliziotti esce con uno degli assalitori per parlarci in privato cinque minuti. Rientrano, e tocca a me uscire col poliziotto. Mi porta vicino al veicolo della polizia ed inizia a parlarmi: “Chiuderebbe un occhio se ritrovassimo il suo telefono?”. Rispondo che volevo prima vedere il telefono. Il poliziotto lo tira fuori dalla sua tasca, la carta SIM era stata estromessa. Recupero entrambi. Gli aggressori avevano abbandonato il telefono all’interno della macchina quando erano saliti a bordo. Me lo ha riferito il poliziotto. Faccio presente la mia intenzione di esporre una denuncia.

“Basta con quei sodomiti”

Chiamo il mio avvocato e mi siedo nel giardino del commissariato mentre lo aspetto. Nel frattempo, una macchina della polizia che rientra mi passa davanti. Dopo aver preso conoscenza del caso, uno dei poliziotti che vi era all’interno si avvicina a me lamentandosi: “Basta con quei sodomiti…”. Ho cominciato a tremare di rabbia. In commissariato mi aspettavo a trovare giustizia, invece ero circondato da pregiudizio, odio e partiti presi. Inoltre, gli assalitori sono usciti in giardino ad aggredirmi e minacciarmi.

“Quella gente si è ribellata al governo ai tempi di Gezi…”

Quando arriva il mio avvocato, ci sediamo fuori dal commissariato a parlare. Era l’ora del sahur, il pasto del Ramadan prima dell’alba. C’erano ufficiali di polizia in giardino a mangiare. Hanno cominciato a prendermi in giro, a ridere dicendo “Guardate che casino ha fatto questo per un  piccolissimo furto…”, uno dei poliziotti si spinge oltre: “Quella gente si è ribellata al governo ai tempi di Gezi”. Non riuscivo a crederci. Tremavo e piangevo dalla collera.

“Non ti hanno stuprato”

Mentre gli aggressori vengono portati in ospedale per un controllo, i poliziotti che dovevano raccogliere la mia dichiarazione ci vengono appresso e ci chiedono cosa fosse successo. Il mio avvocato prende parola rilasciando che ero stato vittima di violenze e che non andavo ulteriormente infastidito. Il poliziotto si adira: “Non chiedo a lei, avvocato”, dice. Iniziata una lite furibonda. Il poliziotto si permette di dirmi “Non sei stato stuprato, come te lo sei inventato?”. La polizia, che doveva raccogliere la mia dichiarazione, mi stava dicendo se si o no ero stato vittima di un’aggressione sessuale.

“Ma che razza di avvocato è lei? Non ci renda il lavoro difficile”

Dopo essere stato in ospedale per ottenere un rapporto sulle contusioni e lo stupro, torniamo in commissariato. Ero stato violentato ed erano passate sei ore. La mia dichiarazione non era ancora stata raccolta. Dopo essere sopravvissuto ad una tale crisi, aspetto assieme all’avvocato diverse altre ore. Eppure non c’erano molte faccende da sbrigare in commissariato. Al nostro ritorno in commissariato, non c’era più nessuno. Eravamo solo noi: io, il mio avvocato ed i miei aggressori. Quale persona dotata di volontà e buon senso potrebbe mai fare aspettare tanto quando è in presenza di un caso di stupro, minacce, furto e violenza psicologica? È ragionevole fare aspettare così a lungo una persona? Come può essere corretto e comprensibile? Sembrava lampante che volessero dissuaderci dall’esporre denuncia e mandarci via.

Un poliziotto esce dall’ufficio e viene a chiederci una firma per il rapporto di polizia. Lo leggo e  capisco che era stato redatto dal punto di vista degli assalitori. Molto di esso era basato sulle loro  dichiarazioni. Mi rifiuto di firmare. I poliziotti si inalberano e mi urlano addosso. Quando il mio avvocato entra e afferma che non ero tenuto a firmare, uno di loro ha risposto “Ma che razza di avvocato è? Non renda il nostro lavoro difficile!”. Questa tortura psicologica si prolunga per cinque minuti. Non ho firmato il rapporto ed abbiamo richiesto una dichiarazione manoscritta da parte della polizia secondo la quale rifiutavo di firmare il rapporto. Ebbene, l’hanno fatto.

“Questa dichiarazione è troppo lunga, accorcia…”

Ci portano in ufficio 7 ore dopo l’arrivo in commissariato. Rilascio la mia dichiarazione, ma il poliziotto che qualche ora prima mi aveva detto che non ero stato stuprato, mi “avvisa” che “questa dichiarazione era troppo lunga”, andava accorciata. A mia difesa, il mio legale sostiene che posso prolungare la mia dichiarazione quanto volessi, e che tutti i dettagli erano importanti. L’ufficiale si adira di nuovo pretestando che aveva molto lavoro e che “le cose non andavano fatte in quel modo”. Cercavo giustizia in un sistema che non permette nemmeno di rilasciare una  dichiarazione come lo intendevo.

“Potete andare”

Ho firmato la mia dichiarazione e richiesto misure di protezione e di sicurezza. Sto scrivendo queste righe all’indomani dell’attacco ed scopro adesso che gli aggressori sono stati rilasciati senza nemmeno essere stati portati davanti ad un giudice. Questo significa che quei tre individui che hanno provato a derubarmi, che mi hanno stuprato e minacciato di morte girano indisturbati per Ankara. Io invece, la vittima, devo nascondermi. Non posso andare a casa mia, gli aggressori mi perseguitano al telefono, non rispondo ma ho paura.

Grazie per tutti i vostri messaggi

Non rispondo al telefono. Non alzo la cornetta se non per l’amico a casa del quale risiedo, due o tre amici intimi ed i miei avvocati. Non sono pronto a parlare. Inoltre, non posso rispondere a chiamate da numeri di telefono sconosciuti. Preferirei che mi mandaste un sms se volete coprire l’accaduto.

Sono psicologicamente a pezzi. So che molti di voi si sono manifestati. La vostra solidarietà mi rafforza.

Come mi sento?

Non bene. Mi sento perso. Non ho riposato molto. Vorrei riposare ma non ci riesco. Ho paura della gente quando cammino per le strade, mi guardo continuamente alle spalle. Vivo da un amico e non posso allontanarmi da quel quartiere, non posso fare sport, ripulisco le mie liste di contatti sui social network. In poche parole ho paura, faccio incubi, poi mi sveglio e faccio incubi di nuovo. Non riesco ad andare oltre, qualsiasi conversazione mi ricorda quel che ho vissuto. Vorrei stare da solo e sbarazzarmi di quel che ho vissuto, ma allo stesso tempo vorrei sublimare le paure che ho quando sto da solo.

I miei avvocati stanno seguendo le inchieste. Certo potrei starne fuori. Dovrei allontanarmi da tutto questo ma non ci riesco. Sono abituato a tutelare le vittime, ma quando si tratta di me, non ci riesco. Psicologicamente e fisicamente sono distrutto.

Gli aggressori sono liberi. E adesso cosa faccio? Come andrà il processo? Perché non è tutto più rapido? Perché la gente si dimostra così indifferente alle violenze sessuali? Dovrò vivere da nomade per sempre? Cambiare città? Come mai le autorità competenti non fanno lo sforzo per risolvere questa situazione di apatia? Quanto può essere sano il fatto di dovere fornire le prove di uno stupro? Non è forse una violenza psicologica in più?

Non posso recarmi in associazione, non posso lavorare, quando lo faccio rivivo l’accaduto. Lo rivivo mille volte al giorno. Non sto bene.

Kemal Ördek, transgender, sex worker  e militante per i diritti civili

 

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