Abbiamo diritto al nuovo. E la lotta per il matrimonio egualitario è scardinante

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Editoriale di Dario Vese, iscritto all’associazione radicale Certi Diritti, pubblicato da Notizie Radicali il 13 novembre 2012.

Questa settimana tre Stati degli Usa, la Spagna e la Francia hanno approvato o confermato una legge sul matrimonio egualitario. Il diritto al matrimonio è un argomento che si presta come eccellente tema per discutere su cosa oggi sia davvero liberale in Italia, ben oltre quel dirsi liberale di molte etichette che fanno capo indistintamente a ex democristiani, ex missini, ex socialisti e perfino di qualche ex comunista. Commedianti e figuranti sono logori di sfiancante e untuoso citazionismo liberale, e quando sono di sinistra, fra un Dossetti e un Berlinguer, fra un catto e un comunista, ti fanno spuntare un redivivo paternalismo omofobo che, vuoi per un senso di colpa vuoi per una qualche vita parallela, ti diventa, anche solo per il piacere di qualche colore rainbow alle prossime candidature, una legge antiomofobia. L’apologia di quanto più mentecatto e sottosviluppato un Parlamento possa pensare.

Ma veniamo a noi. Veniamo ai radicali.
Quelli che del pensiero liberale hanno sempre cercato di scardinare il modo, quello dei gemelli ai polsi dei vecchi liberali, notai della politica, tanto per dare un’immagine veloce quanto semplificata, per scendere sui marciapiedi e dire che liberale voleva dire comune. Uscire fuori dal modo voleva dire essere tanto più eretici quanto più si diventava eresiarchi, in un moto perpetuo che convinceva benpensanti e depensanti, per dirla alla Carmelo Bene, quelli che pur avendo una spiccata intelligenza non hanno spesso un pensiero originale. Dico questo non a caso. Dico questo perché a volte pare di vivere nella lotta politica una stantia retorica dell’originalità. E lo dico perché a me pare di sentirla proprio sul tema del matrimonio egualitario.
Per rendermi l’impresa più facile mi sintonizzo con lui, Marco Pannella. Solo con lui liberale è dire poco, mentre per gli altri diventa immeritato. Lo scandalo inintegrabile disse di lui Pasolini. Una volta convinto lui, non banalmente, si potranno convincere molti altri liberali in Italia.
Il matrimonio a Marco non lo convince. Siamo più o meno sul comprendo ma non condivido.

Una premessa è fondamentale. Ad oggi sono state numerosissime le mozioni generali e particolari, e qualsiasi altro strumento deliberativo, approvati a larghissima maggioranza dal movimento radicale, e in Parlamento già dalla passata legislatura i parlamentari radicali sono pressoché gli unici ad aver presentato delle proposte in favore del matrimonio egualitario. Inoltre, ad oggi l’Associazione Radicale Certi Diritti, pressoché unica in Italia che dal Manifesto per l’Uguaglianza dei Diritti si batte, anche con azioni di tipo giudiziario fino alla sentenza della Consulta del 2010, per l’affermazione del matrimonio egualitario. L’Associazione è già da qualche tempo soggetto costituente del Partito Radicale.

Ciò detto è indubbio che sul tema ci siano ancora molte confusioni o sicuramente qualche forma di stitichezza sul terreno della lotta politica, e anche alcuni comunicati stampa sembrano tanto dei colpi mozzi, espressioni di posizioni e non di lotte. In questo non radicali.

Procedendo con nettezza, per sgomberare il campo da ipotesi poco verosimili, si potrebbe distinguere in due insiemi, quelli che sono contrari perché contrari al matrimonio come istituzione e quelli che lo sono perché contrari al principio di uguaglianza. Scartata velocemente la seconda ipotesi, con qualche riflessione in più di quella che Giuliano Ferrara qualche mese fa liquidava sbrigativamente come una feticistica reductio ad unum del diritto eguale, ci soffermiamo sulla prima ipotesi perché al di là di onanismi speculativi è questa forse la questione dirimente, il prurito da sciogliere. L’istituzione.

A ben vedere, ce lo si aspettava, quella di Marco Pannella non è affatto una posizione moderata, rinunciataria per qualche verso. Il matrimonio è stato caratterizzato antropologicamente nella fase in cui santificava la funzione riproduttiva dell’umanità. Nella convinzione di questa natura ci dice che c’è una mutazione antropologica che è in atto ma della quale non c’è consapevolezza ideologica ma anche semplicemente politica. Con enfatizzazioni diverse, anche a seconda delle confessioni religiose, il matrimonio ha avuto la caratteristica di rispondere al bisogno di manodopera, al bisogno di aumentare la specie umana per difendersi dalle altre specie animali, per cui la ragione e la giustificazione riproduttiva era costitutiva stessa del fatto matrimonio. Ma oggi non è più così. Oggi il concepire con amore e per amore e con senso di responsabilità, rispetto al concepito o al concepente, fa parte davvero dell’umanità, quasi come fosse uno scatto di emancipazione da una condizione di miseria sottoproletaria tremenda. Tanto è vero che in alcune zone del mondo, la Cina, parti dell’Africa ed altro, è stato imposto l’assassinio dei concepiti più che l’aborto. C’è quindi nella coscienza dell’animale uomo la convinzione, ancora non compiutamente consapevole, che la procreazione come bestie è cosa che in fondo è estranea alla sua moralità o ai suoi sentimenti.

In sostanza, questo per Pannella è quel comune da secondare, senza conservare il p-regresso e senza scomodarlo per verificarne i vantaggi e gli svantaggi, che sono per forza di cose sconosciuti e quindi facilmente interiorizzabili come salto nel buio, che è paura del nuovo. Paura del concepire il nuovo possibile che è la politica vera piuttosto che continuare a raschiare il fondo della botte già raschiata del vecchio possibile, del possibile attuale e attuato.

Questo non vuole dire essere contro, vuol dire propriamente che il suo interesse, anche se può sembrare una strada infinitamente più lunga, è quello di concepire qualcosa che sia nuovo rispetto al matrimonio, appunto così concepito. E per questo dall’inizio non ha appoggiato il “fronte pro matrimonio” e ad oggi, nonostante tutti gli sforzi, di lotta politica al concreto, anche istituzionale, di cui sopra, nel comune sentire la battaglia per il matrimonio egualitario non è battaglia radicale.

Vorrei fugare anche ogni dubbio che il mio non è il tentativo di rinchiudere Marco Pannella in quella che storicamente è stata la posizione, sostenuta con accentuazioni diverse, dell’estrema sinistra dei Gay Studies, Didier Eribon in Francia ad esempio, o Leo Bersani negli USA, (entrambi peraltro oggi a favore del matrimonio egualitario) o lo stesso Foucault che in tutti i suoi scritti militanti non faceva altro che parlare della ricerca di un ‘modo di vita gay’, che non si fondava certo sul matrimonio. E vorrei anche, a mio fallibile parere, cercare di uscire da quella logica degli opposti che vede da un lato il matrimonio come vincolo duale, sinallagmatico, e dall’altro la rete di relazioni che ciascuno di noi si costruisce nella vita, la propria famiglia-nella-vita. Quasi come ci fosse un’obbligata inconciliabilità.

C’è invece qualcosa di non risolto, qualcosa che ha nell’aggettivo graduale il senso più alto del nostro essere comuni. E’ appunto il secondare. Che non vuol dire avere anche noi diritto al nostro pezzo di matrimonio, come gli altri – gli etero ce l’hanno sempre avuto e allora anche gli omo devono averlo -, che non vuole essere una giustizia distributiva a partire da qualcosa che viene riconosciuta quasi come sempiterna, come dire necessaria, necessaria al presente e quindi anche all’avvenire. Questa sarebbe una visione pessimistica e secondaria, certo psicologicamente comprensibile ma sicuramente dialetticamente subalterna.

Non è dire questo matrimonio lo voglio pure io, ne ho diritto! Tutt’altro.

Io dico, proprio come te perché la tua analisi è improbabilmente smentibile, abbiamo diritto ad altro. Abbiamo diritto al nuovo. E la lotta per il matrimonio egualitario è scardinante proprio per questo e in questo, perché vuole dire diritto al nuovo, diritto ad altro, in modo nonviolento, in modo progressivo, nelle cose, per esaurimento appunto. E’ teoria della prassi.

D’altronde, andando indietro di qualche decennio, prendendo spunto da quelle che sono due delle grandi lotte e vittorie radicali in Italia, il divorzio e l’aborto, due lotte in cui sicuramente abbiamo adempiuto proprio con quel ‘camminare domandando’ al nostro concepire il nuovo possibile, propongo un ragionamento in fondo non così peregrino.

Sul piano teorico viene da chiedersi infatti perché era necessaria ed urgente una legge sull’interruzione di gravidanza – in questo caso dico ovviamente al netto del flagello delle mammane e al netto del fenomeno clandestino che esso rappresentava – visto che il tutto sarebbe stato superato dal rientro dolce? O ancora, viene da chiedersi qual è il senso del divorzio se si è proprio contrari al matrimonio, appunto come istituzione storicamente intesa? Sono stati dei dazi da pagare? No, non credo. E neanche va cercato un nesso di logicità perché altrimenti dovremmo arrivare a conclusioni da boutades per cui Marco se avessi previsto già decenni fa la superabilità del matrimonio, in termini di abbandono, neanche avresti fatto una battaglia per il divorzio, e lo stesso dicasi per l’aborto, se solo avessi previsto che la prima questione mondiale sarebbe stata l’esplosione demografica. Come a dire che queste lotte non hanno rappresentato la liberazione per milioni di italiani ma sono state il frutto di una tua miopia, e di una tua asfissiante contingenza politica.

Evidentemente no. Evidentemente il nostro intendere la rivoluzione è inventare un moto che sia graduale, che non rappresenti il rovesciamento delle cose, che sia un millimetro al giorno nella direzione giusta. Ed è per questo che tenere la barra ferma sul matrimonio egualitario non vuol dire accanirsi, accanirsi a pretendere il non avuto, ma appunto avere lotte che siano sempre il passo, il graduale, la continuità, lo sviluppo, le responsabilità di una visione del mondo che vengono trasmesse e che abbiamo la possibilità di fecondare ulteriormente o di contribuire a spegnersi, come tutto quello che è vivo.

E non è la mancanza di proiezione ma è lotta di liberazione che per questo è lotta del momento. Poi come scriveva Pasolini in Abiura alla Trilogia della vita “Io penso che, prima, non si debba mai, in nessun caso, temere la strumentalizzazione da parte del potere e della sua cultura. Bisogna comportarsi come se questa eventualità non esistesse. Ciò che conta è anzitutto la sincerità e la necessità di ciò che si deve dire. Ma penso anche che, dopo, bisogna saper rendersi conto di quanto si è stati strumentalizzati, eventualmente, dal potere integrante. E allora se la propria sincerità o necessità sono state asservite e manipolate, io penso che si debba avere addirittura il coraggio di abiurarvi”.

Non tanto rinnegare ciò che si è fatto, quanto spostarsi. Spostarsi sempre grazie a un gesto di scarto, un passo laterale. Per ricreare ancora novità proprio là dove ciò che a noi oggi sembra nuovo, domani sarà considerato da sorpassare.

E questo faremo anche con il matrimonio, non prima però di averlo svuotato del suo connotato familista, macista e misogeno, consci del fatto che non può esserci un divenire se non si affonda a piene mani nelle fila di quella che antropologicamente, sociologicamente e storicamente è un’istituzione che non si fa abbandonare a se stessa. Un’istituzione patetica come tutte le istituzioni umane. Ma quale non lo è? Nessuna istituzione umana è perfetta. Non crediamo di arrivare all’assoluto, al perfetto, perché di questo si occupano le religioni e le ideologie totalitarie. Non abbiamo bisogno di inseguire modelli perfetti di vita o di sessualità.

Matrimonio egualitario oggi vuol dire interrompere la coercizione della castità. Castità sociale, castità politica. Due uomini o due donne che scopano non hanno fatto nulla. Non portano al di fuori dell’alcova un sentimento perché non accumulano specifico sociale, quindi politico. Non hanno influito sull’ambiente esterno quindi nulla è accaduto. Perché storicamente non ha accumulato civiltà.

L’ultima riflessione è sul linguaggio, sul codice, sul nome. Matrimonio egualitario vuol dire sviscerare un’istituzione, appunto eventualmente per annullarla o sostituirla. Ad oggi intanto è l’unica parola che provoca una proliferazione del discorso. Perché non c’è codice più opportuno quando si vuole proporre una riforma complessiva del diritto di famiglia.

E’ la sintesi. E’ la scelta. E’ l’amnistia del diritto di famiglia. Perché occorre al più presto uscire da un’illusione semantica, e semiotica, per cui hai voglia col canestro di parole ma alla fine il tutto si riduce ad un linguaggio. A un connotato nominalistico. E il linguaggio o è comune o non è. La lotta per il matrimonio egualitario è la comunione, la comunità, la compresenza dei viventi coi morti, per confermare che quando si disse “Noi siamo diventati radicali perché ritenevamo di avere delle insuperabili solitudini e diversità rispetto alla gente, e quindi una sete alternativa profonda, più dura, più radicale di altri” facevamo riferimento alla religione della libertà.

Dario Vese

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