COMBATTERE PER L’AMORE IMPOSSIBILE. UN ARTICOLO SU AFRICA E OMOSESSUALITÀ

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“L’omosessualità è reato in 38 paesi africani”, scrive Mark Gevisser*, giornalista sudafricano del Mail & Guardian, autore di Thabo Mbeki: The Dream Deferred. “I movimenti per i diritti dei gay cercano l’appoggio internazionale per lottare contro l’omofobia e fare pressione sui governi. Ma c’è chi li accusa di essere complici degli interessi neo-coloniali dell’Occidente”.

“Questi ragazzi hanno commesso un crimine contro la nostra cultura, la nostra religione, le nostre leggi”, ha detto il presidente del Malawi Bingu wa Mutharika il 29 maggio, mentre concedeva la grazia a Steven Monjeza e Tiwonge Chimbalanga. I due erano stati condannati a 14 anni di lavoro forzati per aver celebrato il primo matrimonio gay nella storia del paese. Dopo una lunga conversazione con il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, Mutharika ha dichiarato di aver scelto di perdonare la coppia “per motivi umanitari”. Ma se fosse stato più sincero avrebbe ammesso che dietro la sua decisione c’erano motivi diplomatici e di convenienza: il Malati dipende quasi interamente degli aiuti umanitari e le pressioni dei donatori si stavano facendo sempre più forti.

Dopo le scarcerazioni di Monjeza e Chimbalanga si sono lasciati, e Chimbalanga si è fidanzato con una donna. Da quando sono ritornati nelle loro comunità hanno dovuto sostenere il peso della condanna sociale. Mentre lo stato ha deciso di lasciarli perdere, le famiglie si sono assunte il compito di punirli.

Il continente africano sembra invaso da un’ondata di omofobia. Il caso del Malawi ricorda quello che è successo l’anno scorso in Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni è dovuto intervenire per eliminare la pena di morte dal pacchetto di leggi contro l’omosessualità. Una cosa simile è avvenuta in Ruanda: gli attivisti per i diritti dei gay hanno saputo di una proposta di legge per rendere l’omosessualità un reato e hanno organizzato attraverso internet una campagna globale che ha costretto il governo di Paul Kagame ad annunciare che non aveva alcuna intenzione di intervenire nella vita privata dei suoi cittadini.

Le campagne di questo tipo si collocano nella migliore tradizione della solidarietà internazionale: sono iniziative del genere che hanno contribuito ad abbattere il regime dell’apartheid in Sud Adrica., Oggi, però, in Africa le campagne di solidarietà internazionale vengono prese di mira proprio in relazione alle politiche degli aiuti umanitari. Museveni e Kagame sono stati accusati di essere i burattini dei paesi donatori e in Ruanda un pastore influente delle chiese evangeliche ha dichiarato che “la comunità dei donatori ha stuprato lo stato”.

Joseph Massad, professore di storia araba moderna alla Columbia University di New York, nel suo libro “Desiring Arabs” accusa gli attivisti omosessuali di aver creato “un’internazionale gay” neocoloniale. Secondo l’accademico giordano-palestinese i movimenti gay stanno provocando un duro conflitto culturale nel mondo arabo, imponendo una visione “orientalista” dell’identità gay a società che non vengono comprese fino in fondo. Simili provocazioni, ha scritto Massad, finiscono per peggiorare – anziché migliorare – la situazione delle persone che cercano di aiutare, a causa delle reazioni violente che scatenano. Gli argomenti di Massad sono validi anche nell’Africa subsahariana? Non so se gli omosessuali del Malawi e dell’Uganda vivrebbero meglio se non si fosse attivata l’”internazionale gay”, incarnata forse al meglio dall’attivista britannico Peter Tatchell, che negli anni Novanta lanciò una grande campagna contro Robert Mugabe denunciando le continue violazioni dei diritti umani in Zimbabwe.

L’omosessualità è illegale in 38 dei 53 stati dell’Africa. Nella maggior parte dei casi è un’eredità del codice penale coloniale britannico, che per primo ha criminalizzato questa pratica in Africa. L’omosessualità non è sicuramente un’importazione occidentale, ma le leggi sull’omofobia e l’identità gay sì. Per i ragazzi che vivono in città, la sessualità non è solo una questione di pratiche e desideri da soddisfare in segreto (“io vado a letto con persone del mio stesso sesso”), ma è diventata una questione di identità (“io sono gay”) che viene sollevata apertamente per rivendicare diritti e uguaglianza contro le norme sociali tradizionali.

Spesso questi processi hanno scatenato crisi sociali. Prima del caso del Malawi, in Kenya ci sono state violenze di massa organizzate contro i gay e gli operatori che lavorano con i malati di AIDS. In Senegal dopo l’arresto di nove omosessuali condannati poi a otto anni di prigione, nel gennaio del 2008 è cominciato un giro di vite contro i gay. E gli omosessuali senegalesi fuggiti in Gambia nei mesi successivi sono stati cacciati dal presidente Yahya Jammeh con la minaccia di essere decapitati. In Zimbabwe, dove lo stato è brutalmente omofono da più di un decennio, due attivisti gay sono stati arrestati per aver criticato le politiche discriminatorie di Mugabe.

In molti paesi africani si stanno preparando nuove leggi contro l’omosessualità. L’Africa naturalmente non è omogenea. Le difficoltà che incontrano gli africani gay sono state sperimentate anche in occidente e in altre parti del mondo. Però è innegabile che c’è qualcosa di specifico nella nuova ondata di disprezzo per l’omosessualità che investe il continente, proprio mentre coppie come Monjeza e Chimbalanga sfidano ruoli di genere secolari all’interno di società che faticano a conservare la loro identità tradizionale nel mondo globalizzato. La nuova omofobia africana risponde a una dinamica particolare e complessa: deriva dal fondamentalismo cristiano sponsorizzato dagli Stati Uniti, dalle politiche degli aiuti umanitari e dalle epidemie di AIDS che continuano a decimare gli abitanti del continente. Anche la rivoluzione digitale fa la sua parte, visto che grazie alla TV satellitare gli africani del ceto medio possono tranquillamente fare zapping tra sit-com a sfondo gay come “Will e Grace” e filippiche wahhabite contro la decadenza dell’occidente travolto dall’omosessualità. I giornali locali denunciano le cerimonie di matrimoni gay che vengono celebrate anche solo simbolicamente da ragazzi africani che, guardando la TV, hanno scoperto che in alcuni paesi si fa così.

In realtà nel caso della coppia del Malawi, povera ed emarginata, sembra che non ci siano state interferenze esterne: i due ragazzi hanno deciso di organizzare una cerimonia di fidanzamento solo per assecondare i loro desideri. Inoltre, Chimbalanga aveva sempre detto di sentirsi donna, e visto che la per la società malawiana questo è inaccettabile, il suo fidanzamento con Munjeza è stato interpretato come l’equivalente di un matrimonio gay, un fenomeno che molti africani conoscono grazie all’informazione globalizzata. L’arresto dei due ragazzi è stato provocato dagli articoli scandalistici dei giornali locali. “Nation”, il quotidiano che per primo ha diffuso la notizia, ha definito la cerimonia di Munjeza e Chimbalanga “la prima cerimonia pubblica degli omosessuali nella storia del paese”. In Malawi le leggi contro i gay non erano mai state applicate perché non ce n’era stato bisogno. La pratica dell’omosessualità però prevede una condanna fino a 14 anni e la polizia in questo caso è stata costretta ad agire.

In Kenya le violenze sono cominciate in modo simile: una coppia gay keniana si è sposata legalmente a Londra e un giornale keniano ne ha parlato scatenando una serie di servizi omofobi sui mezzi di informazione locali. Poi, le radio locali di Mombasa hanno fatto circolare le voci di un matrimonio gay celebrato nel paese e questo ha scatenato sentimenti omofobi, aggressioni brutali e l’arresto di sei sospetti omosessuali all’inizio del 2010.

La condanna dell’omosessualità non deriva solo dall’Islam che domina in Africa Orientale. I religiosi cristiani impugnano l’omofobia come un’arma, e i cristiani conservatori statunitensi hanno trovato in Africa i numeri necessari per contrastare le riforme delle loro chiese in patria. La chiesa anglicana nigeriana, per esempio, è diventata un bastione contro l’ordinazione di preti omosessuali e contro il riconoscimento dei matrimoni gay. In Uganda, dove le associazioni occidentali per i diritti umani finanziano lo sviluppo delle organizzazioni gay, i gruppi conservatori degli Stati Uniti spingono i politici locali ad adottare leggi restrittive contro gli omosessuali. E le chiese locali forniscono le basi teologiche e il consenso di massa all’omofobia di stato.

Il contesto di queste “battaglie culturali” è l’epidemia di AIDS. Le chiese evangeliche statunitensi conservatrici hanno messo piede in molti paesi africani grazie al piano di aiuti contro l’AIDS voluto da George W. Bush nel 2003. L’”Emergency plan for AIDS relief” ha cercato di contrastare la diffusione dell’HIV attraverso una politica di intervento basato sulla fede, che predicava l’astinenza invece dell’uso del preservativo. L’intervento delle chiese americane ha permesso alle organizzazioni cristiane conservatrici di stabilirsi in Africa orientale. Invece le ONG occidentali e progressiste, per lo più europee, hanno sostenuto con forza i diritti dei gay. Questo non solo per motivi di giustizia, ma anche perché è stato riscontrato che uno dei principali canali di trasmissione dell’HIV nelle società africane sono gli “uomini che vanno a letto con altri uomini” (“men who sleep with men”,msm): uomini che non si definiscono gay, ma praticano sesso omosessuale. I programmi statali come il Kenyan medical research institute (KEMRI) hanno cominciato a concentrarsi sugli msm. E non è un caso che le vittime delle violenze antigay in Kenya fossero gli operatori del Kemri di Mombasa che davano assistenza a pazienti omosessuali. L’epidemia di AIDS, inoltre, ha fatto aumentare la dipendenza di molti paesi africani dall’Occidente. In questo contesto è nata una nuova spinta a combattere il “neocolonialismo” degli aiuti allo sviluppo: nel bestseller “La carità che uccide”, per esempio,l’economista zambiana Dambisa Moyo sostiene che la dipendenza degli aiuti occidentali sta uccidendo la società africana e che entro cinque anni bisogna staccare la spina. Anche se molte considerazioni sono giuste, la verità è che in questo momento l’interruzione degli aiuti in Africa sarebbe catastrofica, soprattutto nel caso dell’epidemia di AIDS. Così, mentre molti africani provano un forte disagio ad accettare la dipendenza del loro paese dall’Occidente, cercano un posto dove concentrare il loro orgoglio. Tra tutti gli indicatori globali di sviluppo vantano un solo primato: la moralità. Sono poveri, ma hanno dei valori.  E i governi conservano il sostegno della popolazione prendendosela con una minoranza impopolare nel nome di una battaglia contro la decadenza dell’Occidente. Le pressioni internazionali per contrastare questa deriva alimentano lo stesso senso d’impotenza che provoca l’omofobia e confermano l’opinione che la difesa dei gay faccia parte di un “piano occidentale”. Di conseguenza non è una soluzione per il lungo periodo. Forse l’esperienza del Sud Africa fornisce una via d’uscita da questo circolo vizioso. Qui nonostante il fenomeno raccapricciante dello “stupro correttivo” contro le lesbiche nere nelle township, l’African National Congress, il partito al governo, ha difeso i diritti dei gay e ha legalizzato i matrimoni dello stesso sesso. Perfino il presidente Jacob Zuma, un uomo conosciuto per le sue dichiarazioni omofobe, ha sentito il bisogno di condannare il governo del Malawi dopo l’arresto di Monjeza e Chimbalanga.

L’eccezione sudafricana è il frutto di una società eterogenea e industrializzata e di una chiesa che non è mai stata omofoba grazie all’arcivescovo Desmond Tutu e alla sua generazione di teologi della liberazione. Ma è anche il risultato delle campagne condotte dagli attivisti dei diritti umani – come lo stesso Tutu – che hanno cercato di disinnescare l’omofobia politica africana, facendo rientrare i diritti dei gay nel quadro della difesa dei diritti umani e dello sviluppo post-coloniale.

 


*Mark Gevisser è writer-in-residence all’Università di Pretoria, dove insegna giornalismo. Vive tra la Francia e il Sudafrica con il suo compagno.

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