Matrimoni gay, la parola alla Consulta

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• da Il Fatto Quotidiano del 1 marzo 2010
di Marco Palombi

E’ impossibile ritenersi cattolici se in un modo o nell’altro si riconosce il diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso”. All’arcivescovo di Bologna, cardinal Carlo Caffarra, non sono mai piaciuti i giri di parole e quindi per spiegarsi ancora meglio ha affidato questa sorta di scomunica preventiva ad una recente nota dottrinale. Il primate di Torino, il più dolce e gentile cardinal Poletto, s’è invece limitato ad un’educata cazziata al sindaco Sergio Chiamparino, reo di aver annunciato che il 27 febbraio parteciperà al matrimonio – ovviamente non legale – tra due lesbiche della sua città: “I diritti dei singoli vanno tutelati – ha pacatamente spiegato – ma le unioni di fatto non possono essere equiparate alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, come recita la Costituzione, con l’articolo 29”. Ecco, questo richiamo alla Carta, in realtà, è meno univoco di quanto sembrano credere il Vaticano e i suoi sostenitori, tanto è vero che nel silenzio della politica e della maggior parte dei mass media il 23 di marzo sarà la proprio la Consulta a dover stabilire – rispondendo ai dubbi di ben quattro tribunali – se la nostra Carta legittima o meno il rifiuto degli uffici pubblici a sposare due persone dello stesso sesso. Il caso Englaro, se ci si pensa, nacque così: Costituzione, giurisprudenza ed evoluzione della società s’incontrano in tribunale, la politica nei suoi Palazzi sta zitta e guarda finché non può sfogare la propria impotenza col teatrino dei commenti, delle intransigenze del giorno dopo, delle strumentalizzazioni più becere.
Accadrà anche in questo caso, c’è da scommetterci. Il treno è partito da tempo, tre anni fa per
la precisione, e ha persino un nome: si chiama “Campagna di affermazione civile” e la promuovono insieme l’associazione radicale “Certi diritti” e Rete Lenford, un gruppo di avvocati
che si occupa di diritti Lgbt. Nei fatti è una sorta di bomba a orologeria piazzata sotto le poltrone del Parlamento italiano, il cimitero in cui dormono l’ultimo sonno Pacs, Dico, Didore
e via acronimando. Funziona così: la coppia gay o lesbica prende appuntamento col suo comune di residenza e chiede di procedere alle pubblicazioni di matrimonio; l`’mpiegato, si presume assai imbarazzato, fa presente che no, due persone dello stesso sesso non si possono sposare e quindi niente pubblicazioni e, se è proprio molto preparato, cita la circolare del ministero dell’Interno
che motiva il rifiuto con misteriose “ragioni di ordine pubblico”; la coppia s’allontana col rifiuto su carta intestata del comune e va da un avvocato di Rete Lenford; il legale fa ricorso e inizia la trafila. Di questi ordigni legali ne sono stati piazzati qualche decina in altrettanti tribunali della Penisola e ad oggi quattro giudici – a Venezia, Trento, Firenze e Ferrara – hanno deciso di rimettere la questione alla Corte costituzionale con motivazioni che toglierebbero al cardinal Poletto un po` della fiducia che nutre nella rigida eterosessualità dell’articolo 29 della Carta.
Le cose cambiano, hanno scritto ad esempio la Corte di Venezia, “nuovi bisogni, legati all’evoluzione della cultura e della civiltà, chiedono tutela, imponendo un`attenta meditazione sulla persistente compatibilità dell’interpretazione tradizionale con i principi costituzionali”. D’altronde, aggiungono, una legge del 1982 non consentì di restare sposato o sposarsi anche a chi cambiava sesso? La decisione dei giudici sembra trovare fondamento nel combinato disposto
tra gli articoli 2, che garantisce “i diritti fondamentali dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali”, 3 che vieta qualunque forma di discriminazione e, appunto, 29 il quale, contrariamente a quanto si dice in giro non parla affatto di uomo e donna ma di “coniugi”, e definisce la famiglia “società naturale fondata sul matrimonio”, si legge nel rinvio veneziano, non tanto per “riconoscere il fondamento della famiglia in un non meglio definito “diritto naturale”,
quanto piuttosto di affermare la preesistenza e l`autonomia della famiglia – come comunità originaria e pregiuridica – dallo Stato”. Come detto, la Consulta deciderà il 23 marzo, ma – anche se ne venisse un rifiuto netto – al treno resta comunque un’altra fermata: la Corte europea dei diritti umani, la cui giurisprudenza in materia non è esattamente in llinea con la dottrina dei cardinali.

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