Filippine: dal proibizionismo sulle droghe a quello sui corpi e gli affetti

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Pubblichiamo la versione integrale della lettera a Furio Colombo di Leonardo Monaco e Marco Perduca, pubblicata dal Fatto Quotidiano il 30 marzo 2017.

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Caro Furio Colombo,

«Il gender non esiste, questa è la loro cultura [dei gay]. Non si adatta a noi. Noi siamo cattolici ed esistono delle leggi che dicono che un uomo può sposare solo una donna, e una donna un uomo. Se questa è la nostra legge, perché dovremmo accettare il gender? Stanno cancellando le differenze tra uomo e donna». Suona familiare ma si tratta dell’ultimo attacco alle libertà dei filippini del loro presidente Rodrigo Duterte.

duterteDopo aver lanciato una sanguinaria guerra alla droga, che dalla piazza è entrata nel Palazzo con minacce e arresti indiscriminati (è esponenziale l’aumento degli omicidi di stato contro i piccoli spacciatori, una vera e propria mattanza che sta bagnando le strade delle filippine) l’ultima prevedibile e malaugurata guerrasanta del battagliero Duterte è arrivata, quella al gender.

La parabola del presidente Filippino, lungi dal trovare il suo esaurimento, è tipica dei regimi autoritari, non arriva più con il mutamento delle forme di governo quanto con l’attacco materiale ai corpi delle persone. Che si tratti di piccoli spacciatori di strada, ultima ruota del colosso internazionale del narcotraffico, o i corpi delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali o intersex, che chiedono norme in materia di diritto di famiglia e di libertà sessuale per affermare il loro elementare diritto all’dentità. Dal proibizionismo sulle droghe a quello sui corpi e sugli affetti.

Preoccupa molto la “distrazione” con la quale la Comunità Internazionale sta reagendo a quanto avviene nelle Filippine. E non è una triste coincidenza che le parole-chiave utilizzate da Duterte siano da tempo entrate anche nel registro del dibattito nostrano sui diritti civili. Interessarsi dei diritti umani di chi vive dall’altra parte del mondo è anche interessarsi dei nostri. Per questo Radicali Italiani, Associazione Luca Coscioni e Non c’è pace senza Giustizia hanno chiesto l’immediata liberazione di Leila De Lima arrestata il 23 febbraio 2017 con l’accusa di narcotraffico – e riconosciuta colpevole, rischia da 12 anni all’ergastolo se non di peggio, per questo insistiamo nel dire no alle proibizioni. Tutte!

Leonardo Monaco* e Marco Perduca**

*Segretario Associazione Radicale Certi Diritti
**Coordinatore Legalizziamo.it

 

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